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martedì 27 luglio 2010

TRA LACCA E FERMAGLI, INTERVISTA AL SOPRANO EVA MEI

La mia intervista si svolge poco prima del debutto del 24 luglio a San Galgano del Flauto Magico. Dietro le quinte c’è un gran fremito, sono tutti indaffarati a vestirsi e a scaldale le loro ugole. Riesco a ritagliarmi cinque minuti con Eva Mei mentre il parrucchiere le sta acconciando i capelli.

Quando ha capito di amare la musica e il canto e che questa sarebbe stata l’attività principale della sua vita.
Amo la musica da quando sono nata perché penso che non si potrebbe vivere senza, poi mia madre e mio nonno cantavano e quindi cosa avrei potuto fare nella mia vita se non cantare. Purtroppo l’ho capito un po’ tardi, avevo diciassette anni quando sono entrata a far parte di un coro polifonico ad Arezzo ed ho capito che era questo il mestiere che volevo fare.

Ha dovuto fare molti sacrifici per arrivare dove è adesso.
Se vogliamo che le cose siano fatte nel modo giusto i sacrifici sono indispensabili, un po’ come in tutti i lavori. Ma questa passione è talmente grande che ne vale la pena.

Pensa che il contesto socio - culturale del nostro paese permette ai giovani di avvicinarsi al mondo della lirica.
Domanda di riserva?(Sorride). Con grande rammarico ti dico che il nostro paese non offre molte possibilità per sviluppare questa passione e questo è triste perché la lirica fa parte della nostra tradizione, l’Italia è il paese dove è nata l’Opera.

Dunque cosa consiglierebbe ad un ragazzo che vuole seguire e sviluppare questa passione.
A malincuore gli direi di provare questo mestiere all’estero. Io stessa, come altri miei colleghi, se vogliamo lavorare dobbiamo molto spesso recarci all’estero e quindi per un giovane sarebbe molto dura. Nella musica, ma anche nell’arte in generale si è perso molto ed è un peccato perché come ho detto anche prima l’Italia dovrebbe essere anche l’Italia della cultura e dell’arte ed in questo siamo molto penalizzati.

Questa è la prima volta che collabora con OperaFestival. Che cosa pensa di questa organizzazione, l’unica a Firenze a tenere ancora in vita l’Opera lirica.
Si per me è la prima volta. Ammiro il loro lavoro perché è una organizzazione che va contro corrente e dimostra di saper tenere un buon livello in confronto con le altre Istituzioni. E per questo sono molto contenta e onorata di far parte di tutto ciò.

Grazie al suo mestiere ha potuto visitare molti paesi. C’è un luogo dove ha cantato che le è rimasto particolarmente impresso o un pubblico che l’ha colpita.
Istanbul, in Turchia. Ci ho cantato Il ratto dal serraglio due giorni fa. È un popolo fantastico che si diverte con quello che ascolta, che si ispira a tutto ciò che succede sul palcoscenico e che segue, ma soprattutto un pubblico che si diverte andando a teatro perché in fin dei conti non è forse questo lo scopo del teatro?.

Quindi lei crede che il popolo italiano sia restio a certi tipi di manifestazioni.
Non credo. L’ho notato proprio in questi giorni grazie a questo spettacolo. Il pubblico è abbastanza numeroso e caloroso, basta offrirgli prodotti di qualità perché giustamente ne a diritto.

Quale personaggio aveva già cantato nel Flauto Magico. Come si trova nei panni di Pamina.
Nel Flauto Magico avevo già cantato sia Pamina che la Regina della notte. Regina della notte possiede delle acrobazie vocali eccezionali e come personaggio ha una forte presenza scenica perché rappresenta il ruolo della madre. Pamina invece è colei che risolve la situazione portando l’uomo sulla giusta strada ed è un personaggio che adoro, non potrebbe essere altrimenti perché non salgo mai sul palco cantando un personaggio che non sento un po’ mio.

C’è o c’è stato un obiettivo che si era posta di raggiungere o qualcosa che l’ha resa particolarmente fiera di se stessa.
Io non sono mai soddisfatta di me perché aspiro sempre a migliorare e fare meglio però dopo venti anni di carriera essere ancora qui a cantare Mozart è già una cosa che mi rende più che felice.

Per concludere la nostra chiacchierata le vorrei chiedere se c’è qualcosa che ancora non ha fatto ma le piacerebbe fare.
Se fosse possibile vorrei vivere ancora altri duecento anni (ride). Sono tantissime le cose che vorrei fare anche al di fuori della lirica perché sono una persona che si interessa a qualsiasi cosa, non mi annoio mai. La vita è troppo bella per fare solo la cantante lirica, ci sono almeno altre mille cose che sono altrettanto interessanti.

SILVIA

martedì 21 luglio 2009

Opera festival “danza” con l’Orchestra della Toscana

Multipromo non perde l’occasione di firmare un altro promettente spettacolo


Spirito, charme, vitalità, sorriso elegante e l’immancabile violino fra le braccia, appare così, agli occhi di tutti, il grande violinista e direttore d’orchestra Peter Guth, da anni invitato in tutto il mondo per concerti radiotelevisivi trasmessi in Europa, Stati Uniti, Giappone e Cina.
Il 23 luglio alle ore 21, nello scenario incantevole del Prato delle Colonne a Boboli, sarà proprio lui a presentare il concerto “ Vorrei danzar... Galà di operette viennesi”.


La sua bacchetta frizzante che non ha mai smesso di incantare volti e cuori di tanti paesi, si muoverà sulla scena per dirigere l’Orchestra della Toscana, accompagnata questa volta dal soprano Monika Rebholz e dal tenore Joachim Moser della Volksoper di Vienna.

Il concerto che ha già ottenuto enormi successi nei suoi tour, arriva ad uno degli appuntamenti estivi toscani più importanti: OperaFestival.


Lo spettacolo raccoglie valzer, polke, arie e duetti, tratti da alcune fra le più celebri operette della tradizione musicale viennese. Nella prima parte le pagine più note dalle operette di Johann Strauss: “Lo zingaro barone”; “Sangue viennese”; “Il fazzoletto di pizzo della regina” e “Il pipistrello”, senz’altro una delle più blasonate commedie teatrali nel repertorio danubiano, dove si apprezzano tutte le migliori qualità del compositore viennese: l’inesauribile vena dell’invenzione melodica, l’incisività ritmica, la formidabile abilità nell’orchestrare in maniera sempre brillante e originale. Nella seconda parte la scena si aprirà ad altre operette divertenti: “Amo tutte le donne” di Robert Stolz; “La contessa Mariza” e “La principessa della czarda” di Emmerich Kalman, ; “Il paese del sorriso” e “La vedova allegra” di Franz Lehar.


Molti sono ormai gli anni che Peter Guth dirige l'Orchestra della Toscana. In prossimità del Concerto di Carnevale è stato proprio lui ha suggerire le voci di Monika Rebholz e di Joachim Moser. Le due voci, accompagnate dall’Orchestra della Toscana e dalla direzione del Maestro, hanno riscosso un grande successo tra il pubblico. Così l'amministrazione dell'Ort ha pensato bene di riproporre lo stesso programma per i concerti estivi previsti a Firenze, Massa e Forte dei Marmi.

Affabile, Peter Guth risponde così alle nostre curiosità

Il Galà di Operette viennesi ha regalato molte serate al pubblico, non solo fiorentino. Quante volte è stata proposta?

Nella nostra serie di concerti a Febbraio, abbiamo avuto complessivamente 7 esibizioni tra: Firenze, Siena, Pisa e altre località in Toscana. Questa estate, sono previsti tre appuntamenti.


Secondo quale criterio sono state scelte queste operette?

Le operette che abbiamo selezionato sono la punta di diamante tra le più famose e amate operette come “Il pipistrello” di Johann Strauss o “La vedova allegra” di Franz Lehár e I brani dalle operette di Emmerich Kálmán e Robert Stolz.


A quale difficoltà si può imbattere nella direzione delle operette proposte?Sia per me che per i miei colleghi è un vero piacere esibire senza difficoltà tali composizioni, perché sappiamo già che il pubblico lo apprezza. Ma in generale le operette non sono facili da eseguire, perché presentano molti cambi di tempo e molte sfumature che si possono conoscere solo con l'esperienza.

Che atmosfera si aspetta in prossimità dell’unica serata prevista al Parco delle Colonne, all’interno del Giardino di Boboli?

Sono veramente impaziente di dirigere il concerto nel Giardino di Boboli. Conosco la location e penso che sia un bel posto a Firenze: è probabilmente uno dei più romantici giardini che possiamo trovare e sarà uno sfondo perfetto per la nostra musica viennese.



Malia Zheng, Andrea Cardinali

“Voglio interpretare tutte le regine dell’opera”


Intervista a Jenufa Gleich la soprano dei Carmina Burana innamorata dell’Italia.


14 Luglio ore 20:15, dietro le quinte del Teatro di Boboli l’Orchestra e il Coro OperaFestival, ultimate le prove, si preparano per il debutto di “Carmina Burana” e “Bolero”. In questa atmosfera densa di attesa incontriamo nel suo piccolo camerino di legno la giovane soprano americana Jenufa Gleich che accetta entusiasta di rispondere alle nostre domande.

Il suo debutto avviene al “Festival Lirico della Toscana” interpretando la parte di soprano solista proprio nei Carmina Burana di Carl Orff.
Potrebbe spiegarci che cosa l’Italia rappresenta per lei ed in particolare il legame che ha con Firenze dato che ha appena deciso di trasferirsi qui?

L’amore per Firenze nasce diversi anni fa quando vi trascorsi alcuni mesi per studiare italiano, fu amore a prima vista. Tanti aspetti mi legano all’Italia. Innanzitutto, credo, che questo sia l’originale culla della lirica in cui si riflettono i tratti culturali del bel paese. La mia insegnante di canto è italiana, per cui lo studio della lingua e del canto lirico hanno stimolato una conoscenza approfondita di questa nazione facendomi apprezzare il modo di vivere italiano, i tipici tratti caratteriali mediterranei e soprattutto il cibo (Ride, ndr)

Il contesto lirico americano è alimentato solamente dalle immortali opere dei grandi compositori o sono presenti anche autori contemporanei?

Ci sono due autori in particolare che compongono opere classiche in inglese. Il primo è Leonard Bernstein che raggiunge la fama con il musical “Wide side story”. La sua è una sperimentale miscela di lirica e contemporanea, si parla di Teatro Musicale. Più legato al mondo lirico è invece Floyd con la sua celebre opera “Susannah” omaggio alla cultura dell’Alabama.

Che percorso ha intrapreso per arrivare ad essere una soprano professionista?

La passione per la lirica è un’eredità dei miei nonni che erano grandi appassionati di musica classica, così da bambina ho iniziato a suonare il flauto. Ma la vera svolta è arrivata quando la mia scuola superiore a New York si è dotata di un intero dipartimento dedicato alla lirica. E’ stata un’occasione che non ho lasciato sfuggire, subito dopo, a soli 19 ho debuttato come professionista nel ruolo dell’amante nel Tabarro di Puccini.

Nella scorsa edizione di OperaFestival i “Carmina Burana” hanno riscosso moltissimo successo. Cosa si aspetta dal debutto di stasera?

Spero bene, incrociamo le dita!
Quest’anno c’è un diverso stile, dato che a dirigere è un altro maestro. Per cui l’interpretazione è differente, come del resto avviene sempre. Mai un’opera è uguale all’altra, vi è sempre unicità.

Quanto la sua interpretazione è influenzata dai contenuti dei “Carmina Burana” che esaltano le gioie pagane della vita come il vino, il sesso e il gioco e attaccano le contraddizioni e la chiusura della Chiesa Medievale?

Rivivo ed esprimo questi temi quando canto, cerco di farmi trascinare dalle parole. In particolare amo interpretare la terza sezione dei canti con “In turtina” che descrive il conflitto interno di una adolescente che non sa se cedere alle tentazioni della carne e ascoltare i propri impulsi sessuali o reprimersi nel nome della religione. E’ una situazione attuale che rimanda alla scelta di una vita con o senza Dio. Alla fine sceglierà di abbandonarsi al piacere. Lì vivo il trionfo del piacere.

Fra le opere di Rossini, Verdi e Mozart in cui è stata protagonista quale personaggio sente più vicino alla sua persona?

Amo essere sulla scena una regina come Maria Stuart o Elisabetta di Inghilterrra. Mi piacciono le donne forti che esprimono la loro opinione che non accettano l’oppressione e la subordinazione.

Quali sono i suoi progetti futuri?

La mia ambizione è interpretare tutte le regine, girare i teatri di Itali ed arrivare un giorno a “La Scala” di Milano.


Annalisa Ausilio
Foto di Sara Giosa
Pubblicato su intoscana.it

lunedì 20 luglio 2009

Nel FUOCO della passione musicale, due personaggi PREZIOSI


..Dire bene è come far morire quello che si è fatto..

Due sono le identità che hanno saputo mimetizzarsi dentro i meccanismi spettacolari dell’Aida e che adesso si sono rivelate: forse perché finalmente posso allentare le corde; forse perché con Opera Festival, collaborando ormai da anni, sono diventati un tutt’uno con le personalità che gestiscono i retroscena e l’organizzazione. Ma certo è che le rivelazioni sono state importanti e non trascurabili.

A suonare il violino ha iniziato ad 8 anni e da lì non ha mai smesso. “Non so perchè ho scelto il violino, mi hanno detto che l’ho scelto io, indeciso tra violino e tromba” dice sorridendo Lorenzo Fuoco, primo violino di OperaFestival.

Per diventare quello che è oggi, quali sono stati i passaggi?

“I passaggi sono stati 2 anni di studio privato, poi il conservatorio (10 anni) e infine perfezionamento all’estero. I passaggi in questo senso sono obbligati perché nonostante i 10 anni al conservatorio, questo è un lavoro dove non finisci mai di imparare e di studiare. Non esiste un punto in cui puoi dire dopo aver allestito un’opera, di poter essere soddisfatto e di aver finito. Ogni concerto precede un periodo di studio”.

Nel percorso avuto c’è stato qualcosa che lo ha portato a cambiare il suo modo di suonare?

“La curiosità gioca a favore. La curiosità di sentire anche la stessa cosa fatta da due esecutori diversi, semplifica lo studio, così come la fortuna di incontrarsi con delle personalità determinanti. Questo perché secondo me nel campo musicale c’è una sorta di imitazione morbosa, un rapporto con l’insegnate, con cui, se hai la fortuna di incontrarne uno in gamba, è molto utile”. Così risponde ricordando la figura del suo maestro sia nel periodo al conservatorio che quello che lo ha spinto all’opportunità di perfezionarsi all’estero”.

Perché in Svizzera piuttosto che in altri Paesi Europei?

“In primis perché in Italia da questo punto di vista è arretrato, quindi a prescindere un altro paese come la Svizzera o anche in Germania si puoi ottenere qualcosa di più. Questo non dipende tanto da quello che possono offrire ,ma proprio dalla predisposizione che hanno come percorso d’insegnamento: la musica entra nelle case da subito, insegnano ai bambini da subito ad ascoltare e a suonare uno strumento e ad indicarli da subito i loro potenziali, cosa che non succede in Italia”.

In che senso?

“Purtroppo in Italia non c’è l’intelligenza di avere prospettiva. Si iscrivono al conservatorio per passione iniziale ma senza porsi obbiettivi futuri. Aiuti importanti come quello di introdurre collegamenti diretti tra istituti e enti professionali, rappresenta una realtà che oggi, fortunatamente per molti artisti e musicisti emergenti, sopperisce a questa situazione.

Può spiegarsi meglio?

“Sì. Io OperaFestival l’ho vista nascere e crescere soprattutto. Il nostro cast è costituito da molti giovani alle prime esperienze, che noi chiamiamo appositamente per dar loro la possibilità di arricchirsi. Infatti, quando ho sposato il progetto 5 anni fa, era proprio per questo motivo, rendendomi conto in prospettiva cosa potesse diventare per firenze: una grande risorsa che nel corso di questi anni si è rivelata veramente utile”.

Quali sono state le difficoltà nell’interpretare l’Aida?

“Più che una difficoltà tecnica da sottolineare è da evidenziare la grandezza, non intesa dal punto di vista musicale, ma proprio dalla quantità di persone che impiega. Qui con OperaFestival è stato ridotto proprio dai limiti spaziali a disposizione. E già stata una grande impresa ottenere una acustica adeguata alla grande spazialità che si apre sopra la testa degli spettatori disperdendo il suono”.

La forza dello spettacolo non sta solo negli strumenti, anzi, la bellezza di Aida è priprio la sua caratteristica di essere un’opera corale. “Il coro nell’Aida costituisce quasi un personaggio e quindi ha un forte peso, e uno forte spazio, un elemento di primo piano che in altre opere non ha” così sottolinea le caratteristiche di Aida e le difficoltà che Maurizio Preziosi, Maestro del coro di OperaFestiva, sottolinea per il suo corpo di voci.

Preziosi sorride e amette”Non sono un bambino prodigio, la passione per la musica è arrivata molto tardi. A 13 anni per il pianoforte è tardi perché oltre alla lunga preparazione che occorre è utile avere una predisposizione fisica perché poi passati i 15 anni la mano si forma, le ossature si formano in un determinato modo e iniziare tardi diventa quindi non impossibile ma sicuramente difficile”.

Qual è stato dunque il suo percorso professionale?

“Nasco come concertista di pianoforte. L’ho fatto per 10 anni e contemporaneamente ho iniziato a lavorare come maestro di coro, perché mi è sempre piaciuto lavorare con la voce”.

Da quant’è che lavora per opera festival ? Ha lavorato sempre col solito coro?

“Dalla prima partenza di 5 anni fa, il coro nel tempo è cambiato: qualcuno è andato qualcuno è arrivato tutto con l’obbiettivo di ottenere una qualità migliore di voci, attraverso selezioni ed audizioni, di voci anche semiprofessionali”.

E quest’anno come si è trovato col coro? Hanno avuto difficoltà a seguire le sue indicazioni?

“L’organico totale del coro di OperaFestival comprende 95 coristi circa, di cui 85 solo per l’Aida. Con loro ho creato un buon rapporto e no, sono stati molto attenti e volenterosi.

Per entrambi la domanda finale è stata la medesima, come medesima è stata la risposta. Con diverse esibizioni alle spalle, entrambi sono stati compiaciuti del lavoro svolto, ma non soddisfatti. Quello mai.

Nella musica, come nell’arte, il cast di OperaFestival sembra esser d’accordo nel definire l’arte come un mondo che non vede soddisfazione. “Essere soddisfatti è un lusso che non ci possiamo permettere” disse Cigni a suo tempo; in altri termini lo ha detto Fuoco e così aggiunge al tutto anche Preziosi: “ A volte, i coristi si lamentano. Mi definiscono tirchio di complimenti, nel senso che non dico mai bene, buono, bravo. Ma per me dire bene, buono, bravo equivale a dire –ok, hai finito!-“ e invece così non è, non c’è una fine, non c’è un termine nel percorso artistico e musicale; sia che tu sia uno scultore, sia che tu sia un regista, che tu sia un musicista, od un cantante. “Dire bene è come far morire quello che si è fatto”.

Malia Zheng

Foto di Sara Giosa

Pubblicato su intoscana.it

http://www.intoscana.it/intoscana/viaggiare_in_toscana.jsp?id_categoria=12&id_sottocategoria=49&id=236037&language=it

mercoledì 8 luglio 2009

Intervistando Andrea Cigni, regista di Aida


Foto di Sara Giosa

In prossimità dell’apertura della seconda riproduzione dell’opera di Verdi prodotta da Multipromo, abbiamo incontrato il regista Andrea Cigni: nato il 6 gennaio 1974, a soli 35 irronizza raccontandoci di sè e della sua Aida:

il suo approccio col teatro ha avuto inizio dalla primissima età di 10 anni, tra amici, oratori e parrocchie; dove cresce tra esperienze amatoriali e di sperimentazioni, lungo tutta la sua adolescenza. All’età di 18 anni, si iscrive presso il DAMS di Bologna, dove si laureerà con una tesi su Ronconi e sull’adattamento tra opera, teatro e televisione: l’interazione che vi nasce tra queste differenti linguaggi. Grazie a diversi stage e concorsi prende lezioni di recitazione e dizioni. Ma è stato lo studio universitario che lo ha affezionato al teatro di Eugenio Barba; all’Odin Teatret; Jerzy Grotowski e quindi all’uso dell’espressività corporea in scena; a dei richiami anche molto atropologiche. Lungo il percorso di studio, si esercita anche come mimo e attore, collaborando con molti registi importanti tra i quali Pier Luigi Pizzi e Giancarlo Cobelli, persone che oggi non ci sono più purtroppo, ma tanti ancora attivi.

È rimasto in contatto con alcuni di questi registi dove si è esercitato come assistente, magari per eventuali scambi di idee?

“Si, gli auguri di Natale e altre piccole cose, certo non ci scambiamo telefonate di confronto, ma quando capita di incontraci e stare insieme si fanno tesoro dei consigli. Ho fatto l’assistente di queste persone fino a quando ho iniziato a mettere in scena cose mie di prosa con pochissimi attori dal Teatro del Carretto di Lucca etc. E il grande esordio è stato nel 2006 con una performace di danza e musica intitolata Buenos Aires Madrigals”.

Cos’è del teatro che le suscita passione?

“La Libertà. C’è una libertà in teatro che benchè siano presenti delle regole, tali regole sono ataviche. Come nella Chiesa, nel teatro c’è una celebrazione che segue delle regole; ma c’è anche un rispetto di queste regole che devono avere, sia coloro che assistono allo spettacolo che coloro che interpretano la rappresentazione. Per un luogo, per un momento o un’azione, per una celebrazione, la Libertà, è una cosa che mi affascina molto, perché nonostante queste regole, si ha la possibilità di renderci liberi; di esprimersi; di lavorare con le persone; di far fare delle cose”.

In virtù di questo rispetto?

“Si, rispetto all’interno di un certo meccanismo. La libertà che è quella dell’espressione: la possibilità di tradurre con un linguaggio tuo, cose anche scritte, composte, musicate da altri; mettendoci una tua grandissima componente intima, che ricorre spesso e volentieri da un bagaglio coltivato tutta la vita”.

Vista l’esperienza precedente di mimo e attore, perché è divenuto regista?

“Perché come attore non valevo molto e forse anche come regista”, ironizza il Cigni. “Pensavo di non avere grandi doti attoriali, e non so se ne ho come regista, ma la cosa che mi stimola molto è vedere altri interpretare delle mie idee. Quando si lanciano delle idee, si dicono delle cose che devono esser fatte. Dando degli imput gli altri lo prendono e lo interpretano alla base delle loro esperienze, a delle riflessioni che fanno; a una loro capacità o incapacità perché, spesso non vengono tradotte a pieno o spesso posso essere arricchite . Questa è quindi la cosa che mi ha spinto a divenire regista”.

Perché così giovane si accosta all’opera lirica?

“Perché la lirica racchiude una molteplicità di linguaggi: danza/ recitazione/ canto, cose che magari nel semplice teatro di prosa non è presente, ma piuttosto parole e azioni. Qui ci sono tanti linguaggi compreso quello espressivo corporeo, e quindi l’opera lirica, come nel trattato di Wagner, -danza parola e musica-, l’opera è molto completa, ed è un prodotto tipicamente italiano, geniale in questa sua essenza, che affascina molto. Mi piace molto ma non escluso il teatro di prosa”.

Nel teatro odierno è presente questa dicotomia tra opera e musical, lei che ne pensa?

“Sono anche lì linguaggi diversi, si ha un pubblico ed una fruizione diversa, così come un tipo di ascolto diverso. Nel caso del musical per esempio è meno impegnato e meno profondo, qualcuno dice che è una moda moderna di opera, ma secondo me non possono essere una sostitutiva dell’altra, non c’è ne padre ne madre come in questo caso parlando di opera, ma sono completamente differenti che soddisfano esigenze diverse. Il musical per esempio, non tocca le stesse corde dell’opera, pur rispettando i musical. Ma ripeto non c’è possibilità di far paragoni”.

Collaborando con l’artista Igor Mitoraj, che rapporto si è creato fra di voi?

“Con Igor si è creato un bel rapporto. Ci siamo visti poco ma ho percepito la sua presenza attraverso le opere. Dalle sue statue ho capito un po’ di lui, di quello che voleva comunicare attraverso il suo lavoro; in questo senso mi ha trasmesso attraverso il suo lavoro, del languore che ho tradotto scenicamente in modo congeniale per la sua teatralità. Del suo lavoro, bisogna saperlo leggere e contestualizzarle, capirlo e metterlo in scena creando qualcosa attorno”.

Questa prestazione scenica è stata usata in che modo?

“La necessità di comunicare i luoghi, di esprimere sentimenti ed emozioni si è tradotto in uso consequenziale, sia per quanto riguarda mettere gli oggetti in modo simmetrico, o in modo irregolare, utilizzare una faccia o una scultura piuttosto che un’altra. Nella scena del trionfo per esempio, il centaura entra come il tesoro dei vinti, che viene sottratto per mano egizia dal popolo invaso, quale etiope. Di solito entrano monili, tesori e catenine, il centauro rappresenta invece il simbolo del popolo di Aida, la quale al comparir del centauro, riconosce sconvolta il suo simbolo nativo. Niente deve essere dato per scontato e niente lasciato al caso”.

E lo spazio come è stato ottimizzato tra coristi e comparse?

“Col poco tempo che ho avuto, ho cercato di adottarle in modo corretto, dando spazio necessario ai grandi numeri che componevano i coristi e le comparse ( circa 170), e lo spazio indispensabile ai protagonisti. Piccoli movimenti per le comparse quindi, come piccoli gesti di saluto, mantenendo ordine tra ingressi ed uscite di scena”.

Come si è trovato col cast?

“Molto bene”, risponde entusiasto il regista. “Io conoscevo già Dimitra, ma non gli altri interpreti che ho trovato comunque molto bravi, preparati, sensibili, e con la voglia di capire quello che voelvo comunicare. Non sono molto per la recitazione ottocentesca del gesto melo-drammatico, e con loro ho lavorato nella ricerca di pulizia, nella ricerca della comunicazione e di quello che tra i cantanti si dicono: messaggi molto molto importanti. Sta un po a loro farci capire che hanno capito, e così, possiamo affezionarci ai personaggi”.

Quale dei personaggi ha rappresentato meglio la sua idea?

“In scena ognuno porta la propria esperienza, la propria voglia di fare di metterci del suo, e una voglia di capire quello che il regista ha chiesto. Probabilmente Serena Pasqualini ( Amneris) ha capito e in modo molto umile e intelligente, ha chiesto che cosa volessi dire. Chiedeva costantemente controllo di quello che stava facendo e dicendo. In teatro non c’è bello o brutto, ma piuttosto efficace o inutile, lei è stata molto efficace, ma con questo non voglio dire che gli altri siano stati inutili assolutamente. Diversi livelli di efficacia. Dove la dialettica tra interpreti e regista l’ha aiutata molto nel risultato”.

A seguito della prima è rimasto soddisfatto?

“Si, ma bisogna non esser mai pienamente soddisfatti, perché così c’è uno stimolo a far meglio. Non c’è una presunzione nell’essere eternamente insoddisfatto, ma credo che raggiungere una soddisfazione sia un lusso che non ci possiamo permettere, dobbiamo rimanere sempre sulla graticola, cercando di migliorare con umiltà; con umiltà e con rispetto di quello che stiamo facendo. Pensando ad una funzione di servizio, per qualcosa che le persone vengono a fruire. Siamo a servizio del pubblico, come il sindaco, che viene definito primo cittadino, in realtà proprio perché al servizio dei cittadini diventa l’ultimo cittadino dando spazio e priorità agli altri”.

In conclusione cosa si aspetta da questa seconda riproduzione?

“Spero sia migliore del primo, perché bisogna migliorare sempre”. Risponde sorridendo il regista.

Malia Zheng