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mercoledì 4 agosto 2010

EMOZIONI E PENSIERI DI LUCA CANONICI

Luca Canonici canta Tamino nel Flauto Magico di Mozart, oltre a essere il direttore artistico di OperaFestival.

L'Abbazia di San Galgano si è trasformata in un set teatrale. Sul palcoscenico gli attori, convocati per le ore 18.00, si alternano per l'ultima prova. Sono senza costumi e apprendo che, per questa caratteristica, viene chiamata “prova all'italiana”.
Le vecchie celle dell' Abbazia in cui alloggiavano i monaci cistercensi si sono trasformate per l'occasione in camerini. Mi apposto davanti alla piccola porta su cui è affisso il nome di Tamino e seguo Luca Canonici, il tenore che lo interpreterà, in ogni suo movimento. Appena avrà terminato potrò fargli alcune domande durante i preparativi prima dello spettacolo.
E' arrivato il momento e mentre entra nella “cella-trucco” mi fa cenno che è il momento adatto.
Posso iniziare con l'intervista.

Sono una persona molto emotiva e se ripenso al mio primo saggio di musica ancora oggi mi viene la pelle d'oca e ricordo il TERRORE! Quindi, anche se mi trovo davanti ad un artista con un'importante carriera alle spalle sono curiosa di sapere se è emozionato oppure se l'esperienza ha placato l'ansia da palcoscenico.

“Ogni volta è come la prima volta, è una disperazione! Prima di cantare penso sempre che sarebbe stato meglio se avessi intrapreso un'altra professione”

E che cosa avrebbe fatto?

“Boh, questo non lo so, penso solo che se avessi fatto altro sarebbe stato meglio per il mio sistema nervoso. Il fine ultimo di chi sale su un palcoscenico è emozionare e per fare questo è necessario emozionarsi”


Quale è l'aspetto del suo lavoro che le piace di più e quello che considera più noioso?

“Il più noioso è la sedentarietà, cioè prova, teatro, albergo, casa, televisione, prova, ecc...Ma lo spettacolo si costruisce così, non c'è niente da fare.”

Rimango sorpresa della risposta. Avevo sempre pensato che fare la segretaria fosse un lavoro sedentario. Sicuramente come in tutti i lavori la routine si fa sentire, ma almeno viaggia molto!

Quale è la più grande soddisfazione della sua carriera?

"Ho fatto delle cose straordinarie, non perché le ho fatte io ma per la situazione. Ho cantato per la ricorrenza dei 500 anni da quando fu posta la prima pietra della Basilica di San Pietro, ho cantato dentro il Colosseo, aperto i giochi olimpici in Spagna e l'anno del Giubileo.
In Arie e duetti, un'opera di Puccini, mi sono esibito al fianco della soprano Montserrat Caballè: questa è stata una delle cose più belle che ho fatto nella mia vita.”

Il trucco è finito. Il parrucchiere fa gli auguri di circostanza. Borbottando Luca risponde che non vanno fatti. Forse preferirebbe un bel “tanta mer**!”. Infatti la tradizione vuole che l'augurio porti fortuna perchè nell'Ottocento le persone andavano in carrozza agli spettacoli teatrali. Se la rappresentazione aveva avuto successo c'erano quindi tanti cavalli e tanta.....

Ma proseguiamo con le domande.

Cosa ne pensa del personaggio di Tamino? La rappresenta vocalmente?

“Tamino è il secondo ruolo di Mozart che canto. Due vocalità completamente diverse: bassa quella del Don Ottavio nel Don Giovanni, centrale-acuta quella di Tamino. La seconda aria del Flauto fa tremare i polsi, ha un recitativo lunghissimo accompagnato dall'orchestra, musicalmente difficile da ricordare.”

Il libretto del Flauto Magico è in tedesco e solo i recitativi sono in italiano, è difficoltoso anche recitare in una lingua diversa dalla propria?

“Sono tre anni che lo canto ma a dire la verità a volte ho delle lacune. La musica di Mozart è un meccanismo bellissimo, entrarci è difficile ma suona splendido.”

Quanto è difficile creare una sintesi tra la dimensione musicale e quella gestuale/recitativa?

“Sono un cantante immediato, certe volte faccio delle cose sul palcoscenico che in studio non avevo provato. Non parlo di improvvisazione casuale, ma di naturalezza. Il pubblico mi fa molto."

Quanto c'è di Luca Canonici in Tamino?Quanto invece è imposto dal direttore d'orchestra e dal regista?

“ Tutti i ruoli vengono da un lavoro di insieme. L'impronta è data dal cantante. Quando il lavoro piace anche al Maestro e al regista è il massimo.”

Quale è il genere che preferisce interpretare?

“A me piace il genere bello!”

Purché siano fatte bene?

“Esatto! Quando c'è un'idea e non è solo per rompere gli schemi mi va bene tutto. Molte volte lo si fa senza motivo, sopratutto all'estero. Certe opere vanno preservate: non si può fare il Nabucco con i coristi vestiti da vesponi che durante la cabaletta si volgono al pubblico mostrando il di dietro. D'altronde la mozzarella e la pizza le abbiamo salvaguardate, salvaguardiamo anche l'opera!”

C'è un personaggio che non ha mai interpretato ma le piacerebbe fare?

“ Ho cantato di tutto, dall'antico al contemporaneo. Ci sono delle opere che mi piacerebbe fare ma non sono alla mia portata. Cantare in “Pagliacci”mi riempirebbe di gioia. Leoncavallo è l'ultimo musicista che nel Verismo scrive veramente bene per la voce.
Altre pagine meravigliose sono quelle di Verdi in “Un ballo in maschera”. Forse tra 10 anni potrei interpretarlo.
Ho cantato due volte “Eugenio Onegin”, un'opera straordinaria, mi piacerebbe ripetere l'esperienza.”

Magari riproporla per Operafestival?

“Pultroppo è un'opera che non ha un grande consenso di pubblico. Il festival vive della bigliettazione.”

Che cosa ne pensa del Pubblico di OperaFestival e in generale del pubblico italiano?

“E' molto esigente e il più delle volte è portato alla critica e non al piacere dello spettacolo. Si va per vedere cosa c'è che non va bene. All'estero non è così, non perché hanno la bocca buona, come diciamo noi, ma perché hanno un approccio diverso.”

E' contento del successo di pubblico delle opere di questa stagione di OperaFestival?

“Quest' anno abbiamo fatto questa nuova operazione “Il Don Giovanni”. Siamo un organismo piccolo, con tanta voglia di fare, ma siamo una goccia nel mare dei teatri.
Un bel risultato, un bel cast e penso che il pubblico abbia apprezzato tantissimo, visto i minuti di applausi che abbiamo ricevuto.”

Maddalena

giovedì 29 luglio 2010

DON GIOVANNI: UN CONTRASTO DI OTTICHE

La caratterizzazione psicologica dei personaggi, è parte integrante del capolavoro di Mozart e Da Ponte.

Don Giovanni, il protagonista dell’opera, è sicuramente la creazione psicologica più affascinante dell'opera, incompiuta ma allo stesso tempo unificante e dalla quale dipendono tutti gli altri personaggi.


Don Giovanni è un ricco nobile votato all’edonismo, esalta ogni tipo di ricchezza materiale: lusso, vino, cibo ma prima di tutto adora le donne. Egli sente il loro odore, ama tutto l’universo femminile e cerca di sedurre ognuna, che siano “contadine, cameriere, cittadine” o “contesse, baronesse, marchesane, principesse” “d’ogni grado, d’ogni forma e d’ogni età”. Cosa sia per Don Giovanni la passione per le donne è esplicito in diverse frasi del libretto “le donne son necessarie più del pane che mangio, più dell’aria che spiro!” “E’ tutto amore: chi a una sola è fedele con tutte l’altre è crudele. Io che in me sento si esteso sentimento, vo’ bene a tutte quante.”

Ma il suo obiettivo non è quello di possederle fisicamente ed esteticamente, quanto di sedurle psichicamente, così come plagia gli altri personaggi ed il pubblico.

Il suo è un fascino brutale che fa strage in ogni cuore, che macchina costantemente inganni. Don Giovanni sembra davvero amare, è davvero infuocato dall’ardore per le sue donne e alterna la passionalità bollente alla sensualità delicata. Ed è proprio questo che gli riesce meglio, l’essere camaleontico, saper sempre con che maschera mostrarsi e a chi, e non solo in senso figurato data la nota predilezione del nobile per il travestimento e la frode.

Vive in un eterno presente durante il quale va alla ricerca forsennata di piaceri sempre nuovi e tenta di conquistare l’attimo fuggente.

E’ ossessionato dai divertimenti: rincorre le donne, organizza cene, feste e balli nel suo palazzo, è attratto dai convivi, dalla musica e dall’opulenza.

Per lui tutto è una burla, si prende gioco di tutto e di tutti, rifugge la realtà e pretende di violare il rispetto di ogni persona e di ogni norma a suo piacimento.

E’ un essere bestiale più che umano, tutta la sua esistenza è prettamente determinata dai sensi, non s’interroga sulle conseguenze delle sue azioni, è vuoto di sentimenti e infastidito dai troppi pensieri.

Egli vive viaggiando, capitando in situazioni imprevedibili, incontrando donne in ogni dove. Questa è la sua caratteristica essenziale, il movimento costante, il perpetuum mobile.

Mozart e Da Ponte fanno del tempo un concetto basilare del mito: Don Giovanni è privo di ricordi e di progetti, quindi non ha un passato né un futuro, ciò che è duraturo è per lui di vana importanza. E’ un personaggio ossessionato dalla rapidità, come ci spinge a immaginare la musica incalzante durante le sue arie e i ricorrenti “orsù” “presto” “non perdiam tempo” del libretto.

La sua frenesia, vitalità, eccitazione dissennate sono travolgenti. E’ una creatura che traduce immediatamente il pensiero in azione. Un animale che impazzisce correndo su e giù in una sorta di gabbia ritmica. Procede attraverso una perseverante fuga e si nutre di esperienze al limite, è connotato da un’irrequietezza violenta perché infinitamente tesa.

L’assidua volontà di realizzare ciascun istinto lo sospinge fino a travalicare ogni tipo di limite, ma non gli basta il compimento, perché il suo vitalismo e la sua sovreccitazione si nutrono e si autoalimentano del dinamismo stesso e della ricerca spasmodica dell’emozione del possesso.

E’ un personaggio anticonformista e ribelle, che sfida apertamente le convenzioni sociali, è fuori da ogni ordinamento etico precostituito e da ogni schema moralmente riconosciuto e apprezzabile. Agisce trasgredendo le regole perché è inconsapevole che ne esistano, e quando ne viene a conoscenza non se ne cura affatto.

A causa della sua dissolutezza e immoralità provoca in ognuno un sentimento di violenta riprovazione, e viene considerato un tabù da emarginare e distruggere.

Ma al tempo stesso il mondo di Don Giovanni attrae inevitabilmente nella sua orbita tutte le persone che incontra, che in molti casi sono diverse da lui e da lui si ritraggono, non perché siano del tutto moralmente integre, ma perché pervase da scrupoli con i quali celano la volontà di abbandonarsi a passioni illecite. E’ un’inconsapevole calamita da cui tutti sono fatalmente attratti e propulsore ignaro dell’agire altrui.

Il protagonista è presente dall’inizio alla fine dell’opera , ne è la componente uniformante, è sempre in scena se non fisicamente nelle parole, nei desideri, nei sentimenti dei personaggi, per ognuno dei quali rappresenta la principale fonte di turbamento. Figure che gli chiedono di condividere le norme morali e sociali, e le personali inclinazioni e aspirazioni sentimentali, e alle quali lui si nega.

Don Giovanni non si sente responsabile delle conseguenze dei suoi atti perché abbandona tutto nell’istante successivo all’averlo afferrato. Non vuole rifuggire le proprie contraddizioni: non sa risolvere il contrasto tra la sua ontologica insicurezza interiore e la sua apparente forza esteriore.

Si rifiuta con fermezza di cambiare. Rimane integro solo con se stesso: non si pente e non cerca redenzione per la sua malafede. Nega fino all’ultimo la condivisione delle regole e dell’integrità, persino di fronte alla morte si rifiuta di espiare le proprie colpe. Rimane perfettamente coerente con se stesso e con il proprio dinamismo, anche nello slancio finale con cui stringe la mano al Commendatore, venuto dall’oltretomba per confinarlo negli inferi.

Così, dopo aver negato ogni richiesta, dopo l’estrema e fatale ribellione, quali appellativi migliori di “empio traditore” e “dissoluto punito”?!

Eppure, dobbiamo fare i conti con il contesto storico-culturale in cui è stato scritto: nel secolo dei Lumi. Ci renderemo conto, che in quest’ottica, Don Giovanni è soprattutto simbolo del mutamento di quell’epoca: la religione fu contrastata attraverso l’esaltazione di quei valori da essa non riconosciuti; furono celebrate la ragione, la curiosità e le scoperte; tornò con forza inaudita l’idea che la storia dell’uomo è un continuo progresso verso nuove forme di vita e organizzazione sociale, determinate dall’uomo stesso.

 

Intervistando Alvaro Lozano Gutierrez, il baritono che canta Don Giovanni, mi confessa che questo è il ruolo che su tutti più si avvicina alla sua personalità.

Non sopporta la banalità cui spesso è soggetta la sua interpretazione: un donnaiolo libertino destinato ad essere punito con l’inferno.

Per lui Don Giovanni è un personaggio che va oltre, che si è stancato della mediocrità della vita, che tende sempre verso l’inesplorato e a nuove avventure. Alvaro mi fa un esempio molto efficace di questo: quando Don Giovanni si trova dinanzi il convitato di pietra, più che la paura rimbalzano in lui lo stupore e la curiosità di scoprire “cosa succederà ora?” E’ una persona stanca e infastidita dalla banalità dell’essere umano, che sa di essere sporco e insincero ma si cela dietro un velo di bigottismo. E’ stufo anche della banalità dell’amore, perché le donne fingono di non capire le sue reali intenzioni, così si diverte a giocarci.

Alvaro ha definito il suo personaggio “uno a cui gli sta piccolo il mondo”, “un cervellone”, “uno studioso”, “un chimico pazzo” finendo col paragonarlo per genialità e rincorsa alla scoperta al dottor Frankenstein.

Ma Don Giovanni non si sentirà mai contento né compiuto qualsiasi cosa faccia, è un eterno insoddisfatto, un po’ come lui, che insegue il suo apice pur sapendo che non sarà mai abbastanza in alto da appagarlo.

Chiedo al mio interlocutore se è consapevole che il dongiovannismo è una malattia per la quale la parvente forza esteriore nasconde uno stato patologico di insicurezza, e Alvaro mi risponde che proprio l’insicurezza è alla base di tutto: “siamo su una gigantesca palla, che gira intorno ad un’altra palla gigantesca, e contemporaneamente gira attorno a se stessa a milioni di kilometri orari, più veloce della luce, e tu vuoi una sicurezza?!” Continua spiegandomi che per quanto possiamo essere sicuri di noi stessi è la nostra stessa natura ad andarci contro perché tutti moriremo, eravamo polvere e torneremo polvere.

Aggiunge poi che se non riusciamo a far altro che condannare negativamente Don Giovanni, è perché siamo pervasi da una morale cristiano cattolica, che ci sospinge a cercare un senso alle nostre azioni e verso l’idea di formare una famiglia, capisco cosa sta cercando di dirmi e faccio un esempio su una diversa morale, quella greca, che si basa sul riconoscimento di quello che ciascuno di noi è, delle proprie virtù e capacità, attraverso la cui realizzazione troviamo la felicità. “Brava” mi sento dire, ho afferrato il concetto, se uno non pensa come un cristiano cattolico ed ha una cultura differente, caratterizzata da diverse filosofie, religioni, tradizioni troverà altre chiavi di lettura più o meno negative.



Certo è che, avendo fatto esperienza più o meno direttamente dei Don Giovanni contemporanei, non posso avere questa visione troppo romantica e incantata del personaggio.

Sessuologi e psicologi hanno studiato la malattia cosiddetta del “dongiovannismo”. L’ossessiva strategia di seduzione e conquista nasce non dall’amore per le donne, ma dalla paura delle stesse e del potere che sono in grado di esercitare, è un modo per proteggere se stessi, amore per se stessi quindi, profondo egoismo. Il Don Giovanni è una persona che non si abbandona mai all’amore ma vede in ogni donna conquistata la proiezione della propria presunta grandezza. Il rituale dell'amore ripetuto serve solo a esorcizzare la paura e l'insicurezza. Il Dongiovanni si contraddistingue per immaturità e incapacità di stabilire una relazione interpersonale seria e in grado di arricchire entrambe le parti. La condotta libertina fondata sulla superficialità delle parole, dei gesti e dei rapporti rischia però di causare solitudine e aridità emotiva, un senso di vuoto e una profonda amarezza lasciata in bocca dopo ogni conquista che si dissolve. E ovviamente è molto comune fra noi donne lo “spirito della crocerossina” per il quale tentiamo di salvare il Don Giovanni dalle proprie insicurezze cercando di farlo innamorare, ma comprendiamo che è una causa persa in partenza solo dopo esserci fatte male.

Giulia
Foto di Ivan

DON GIOVANNI, GIU' LA MASCHERA! Analisi buffa di un'opera buffa.

Il Don Giovanni è un'opera buffa di W. A. Mozart. Il dramma, composto da due atti di 10 scene ciascuno, è il secondo delle tre opere che egli scrisse nel 1787 sul libretto di Lorenzo Da Ponte, preceduta da Così fan tutte e seguita da Le nozze di Figaro.

La pièce è un unicum, è una miscela di elementi comici, farseschi e tragici, ed è incentrata sulla tematica filosofica del libertino, tipica della seconda metà del Settecento.

Una nuova produzione lirica di OperaFestival per l'estate 2010 che dopo il grande successo ottenuto a San Galgano si è trasferita nello scenario fiorentino del Giardino di Boboli allietando la serata del 22 luglio. Le suggestive ambientazioni en plein air, hanno richiesto la progettazione di elementi scenici componibili e scomponibili che, a seconda della posizione in cui si trovano, creano spazi e prospettive nuove.

L'allestimento è firmato dallo scenografo Giacomo Andrico, la regia “cinematografica” di Luca Verdone, i costumi sono di Micol Joanka Medda e Caterina Bottai e la direzione dell'orchestra è del M° Matteo Beltrami.

Luca Verdone ha deciso di anteriorizzare la vicenda rispetto al libretto originale per depurarlo dai vizi del teatro del periodo dei Lumi e ricollocarlo nel '600, un' epoca più cinica e in accordo con gli scenari, soprattutto con l'atmosfera mistico-ascensionale dell'Abbazia di San Galgano.

E' un'opera dai molti contrasti che vede il contrapporsi di sacro e profano, dannazione ed espiazione, mito e realtà.

Prima dell'ultima replica al Giardino di Boboli del 29 luglio vi proponiamo uno studio nuovo, un' analisi dei personaggi del Don Giovanni. L'approfondimento è stato integrato con le interviste ai cantanti. Per molti di noi era la prima opera lirica a cui assistevamo e sopratutto la prima intervista. Un lavoro emozionante che ci ha arricchito e iniziato alla musica lirica.



Redazione all'Opera

mercoledì 21 luglio 2010

CAMBI DI SCENA E NUOVE PROSPETTIVE: LA DANZA DEI TITOLI LIRICI

A venti giorni dal termine del programma della stagione lirica, le opere hanno imparato a muoversi, come se danzassero con alterni movimenti. Di fatto il Don Giovanni ha lasciato il 17 luglio San Galgano, il luogo del suo esordio, per arrivare giovedì 22 e 29 luglio al Giardino di Boboli, con alcune variazioni negli interpreti e nell'allestimento scenografico. Infatti, il tenore Filippo Adami interpreterà Don Ottavio e Donna Anna sarà impersonata dalla soprano Alexandra Zabala, mentre i praticabili, il tavolo, le sedie, le cornici, il cimitero e il basamento della statua, poi ancora le mura, la terrazza e le scale, sono stati sapientemente trasferiti e ricomposti a Boboli tra sabato notte e domenica.


Giovedì, prima dell'inizio dello spettacolo ci sarà l'antepiano; la prova di regia senza orchestra e poi l'assestamento, una prova in cui l'orchestra regola l'acustica.
Il Flauto magico – Die Zauberflӧte – invece, a dispetto dell'altra opera mozartiana, sarà riallestito nella maestosa abbazia circestenze. Ed ammetto, che siamo curiosi di sapere come la scenografia, in particolare le innumerevoli nuvole, sarà disposta nel palco senza renderlo saturo. La prima a San Galgano avverrà sabato 24 con replica il 31 luglio.

Fanno le valige anche i Carmina Burana, il 23 luglio e il 6 agosto approderanno all'Abbazia di San Galgano. Quale migliore dimora potevano scegliere tali canti per dominare con la loro potenza evocativa? L'Abbazia, grazie alla sua struttura architettonica, feconderà il suono, creando un'acustica sublime, che incanterà l'orecchio dei più scettici.

Aspettiamo quindi di vedere se il cambio di “scena” apporterà delle modifiche anche sulla nostra percezione degli spettacoli, magari facendoci rivalutare ciò che avevamo già etichettato.



Elisa, Silvia
Foto di Ivan

LA FEBBRE DEL TANGO

Arriviamo presto al Giardino di Boboli.
Io e Maddalena pensiamo di essere le prime e, incuriosite dalla musica e dalle voci, ci avviciniamo al palcoscenico dove i ballerini stanno provando la coreografia dello spettacolo di Cinc'Otango, sotto la direzione della carismatica coppia Adrian Veredice e Alejandra Hobert.
In realtà Ivan si è già posizionato e sta documentando fotograficamente le prove.
Sul palcoscenico cinque musicisti sopraelevati che spingono alla danza le cinque coppie di ballerini.

Che buffe le prove:gli uomini in pantaloni corti e scarpette lucide ed eleganti, le donne in abbigliamento troppo sportivo per indossare scarpe rosse discretamente “fetish”.
Mentre aspettiamo l'inizio dello spettacolo, fra un'intervista al pubblico e l'altra, Maddalena è già coinvolta dal ritmo e dall'atmosfera: imita le movenze delle lunghe braccia delle ballerine e quasi rischio di prendere uno schiaffo(non è stato il solo che ho rischiato in tutta la sera presa com'era dal ballo).
Finalmente ci mettiamo anche noi a sedere, le luci si abbassano, l'esibizione ha inizio e veniamo subito presi dal furore del Tango, colori, musiche travolgenti e incalzanti, ballerini e ballerine sembrano fondersi l'uno nell'altra nella passione per la danza e volteggiano vorticosamente sul palcoscenico per una fusione di passi, di corpi, di anime.
I nostri occhi sono incollati sui fisici marmorei delle ballerine, ogni volta entrano in scena indossando un tipico abito anni '30 e '40 dagli spacchi vertiginosi e dalle tonalità sgargianti, i loro sguardi sono sensuali, i sorrisi ammiccanti.
I colori sfavillanti dei vestiti delle tanghere, magenta, azzurro, viola, bianco e rosso(ovviamente), risaltano maggiormente a contrasto con i completi neri dei compagni, che sfoggiano frack e borsalini.

I tangheri sono uomini forti, fisicamente poderosi, sollevano con una mano le compagne , le stringono, le guidano, le proteggono.
Il quintet musicale è composto da un pianoforte, un contrabbasso, la tipica fisarmonica da tango bandoneon e due violini. Cinque musicisti dall'energia e dalla potenza sonora di un'intera orchestra! Variano i ritmi e creano sonorità peculiari pizzicando e tamburellando il violino. Cerco di isolare il suono dei singoli strumenti, ma data la loro assoluta complementareità, compattezza e armonia non si rivela facile. 
In alcuni momenti musica e danza sono accompagnati da calde e sensuali voci di retroscena che enfatizzano maggiormente la carnalità della performance.
Vengono ripercorsi gli stili più conosciuti del Tango, non siamo esperti in grado di distinguerli e riconoscerli, ma capiamo come ogni coppia metta tutto il cuore e la passione nel movimento, e quindi aggiunga qualcosa di profondamente personale ad ogni passo e in ogni espressione.

Tutto finisce in fragorosi applausi che si susseguono per interi minuti, il tempo è volato e usciamo dal teatro con le ultime note ancora sulle labbra e col ritmo nelle vene che ci fa osare l'imitazione di qualche passo e il sogno di un futuro da tanghere!


Giulia
Foto di Ivan

domenica 18 luglio 2010

CINC'OTANGO: SENSUALITA' IN SCENA

Il tango è una ricetta che mescola sapori e colori diversi, una miscela di culture e tradizioni etniche, una fusione di ingredienti che si arricchiscono l’un l’altro.

Possiamo ricercare le sue radici attorno al 1820: Buenos Aires era la città dove “far fortuna”, ma non tutti ci riuscivano, così famiglie di Italiani, Spagnoli, Francesi, Ungheresi, Ebrei e Slavi, cui presto si unirono schiavi liberati e Argentini della seconda e terza generazione, provenienti dalle pampas, furono costretti dalla miseria a convivere in squallidi quartieri costruiti dal nulla, nei sobborghi della città, per amalgamarsi negli angusti vicoli. Si fusero i loro stili di vita, le tradizioni etniche e culturali, le loro vite erano intrecciate poiché condividevano lo stesso destino e le stesse speranze.
Cantavano i loro stati d’animo e i loro sentimenti. La musica divenne la consolazione degli emarginati, completata espressivamente dalla danza, che dal 1880 avremmo definito Tango.
Si combinarono la payada, un'antica forma di poesia popolare caratteristica delle feste di paese introdotta dai Gauchos, la gente della Pampa; la habanera, danza spagnola diffusasi a Cuba e portata dai marinai, che si diffonde trasformandosi però nell'andamento caratteristico e insolito di una camminata, in cui l'uomo avanza e la donna indietreggia. Questa fu la milonga allo stato embrionale, il cui nome deriva da milonguear, passare la notte alternando canto e ballo. Dal porto di Buenos Aires arriva infine il candombe, danza caratteristica dei neri, in cui le coppie ballano separate ma molto vicine, abbandonandosi a sensuali movimenti pelvici.
I primi tanghi non avevano autori, erano melodie folcloristiche e popolari che ridavano vitalità alla povera gente, una via di fuga dalle preoccupazioni della vita, un modo per svagarsi e non sentirsi soli. I testi avevano un registro gioioso e licenzioso che si alternava a toni malinconici, accompagnati da strumenti come chitarra, flauto, pianoforte e più tardi dal bandoneon, una sorta di fisarmonica. Il tango significava lotta contro la propria condizione, bramosia di una nuova libertà, emozioni intense che sgorgavano dal ballo e dalle melodie, un genere da sempre forte, brutale, passionale, che scaturiva dalle viscere degli uomini e delle donne.
Dai vicoli si spostò nelle osterie e nei bordelli oscuri di Buenos Aires. Durante il suo sviluppo era sempre più caratterizzato da audacia, sensualità, una stimolazione quasi erotica, un ballo carnale e una musica libidinosa.
Dal 1900 il tango fu ballato e ascoltato in caffè, cabaret e teatri e iniziò a diffondersi su scala internazionale, incontrando ben presto perbenisti, bigotti e religiosi che lo percepivano come qualcosa di immorale, oltraggioso, e lo definivano un ballo indecente e pagano che si scontrava con la pubblica decenza. Ma più acquisiva il sapore di un frutto proibito e più tutti volevano ballarlo, anche perché ballarlo bene era indice di mascolinità e grande efferatezza nel conquistare le donne.

Ebbene sta per arrivare nel Giardino di Boboli la compagnia argentina Otango, cinque coppie di ballerini accompagnati da uno dei migliori tango quintet che suonerà per noi piano, chitarra e bandoneon trascinandoci in un’atmosfera violentemente appassionata. Il loro spettacolo cerca di trasmettere l’essenza del tango nella sua interezza, esaltandone l’intima sensibilità e le emozioni venate di violenza.
Negli anni il tango ha subito numerose trasformazioni, la sua anima più intima e misteriosa ha spesso lasciato il posto a uno stile più eccitante, ardente, un accanimento quasi aggressivo dei partner. I ballerini di Otango sveleranno sul palcoscenico di Opera Festival l’anima di questo ballo, ripercorrendone la storia e ballando per noi al ritmo degli stili più importanti, il tango nobile, il valse, la milonga, il tango tradizionale e il tango nuevo.
Sono impaziente di vedere come cinc’Otango interpreterà un tango sempre nuovo e in continua metamorfosi, elevato oggi a forma d’arte…sicuramente a Boboli farà più caldo del solito!


Giulia

giovedì 15 luglio 2010

FORTUNA IMPERATRIX MUNDI: breve storia dei Carmina.

Martedì sera sono stati eseguiti Carmina Burana di Carl Orff, la formalità solenne della musica del prologo ha creato una sintesi dialettica con l’invocazione alla Sorte - “Oh Fortuna, Velut Luna, Status Variabilis, Semper Crescis aut Decrescis”- le atmosfere, quasi apocalittiche, delle tinte musicali hanno enfatizzato un’interessante contrapposizione con la goliardia dei testi in Latino ed in Tedesco arcaico.

I testi poetici provengono da un manoscritto del XIII sec il Codex Latinus Monacensis, che comprende 315 componimenti che sono suddivisi tra: Carmina moralia; canti satirici e morali; Carmina veris et amoris, canti d'argomento amoroso; Carmina Lusorum e Potatorum, canti bacchici e conviviali e Carmina divina, canti moralisti e sacrali.
Essi si fanno risalire ad una produzione studentesca dei goliardici Clerici Vagantes; studenti girovaghi nel Basso Medioevo, che composero tali canti parodiando e criticando l’ortodossia liturgica.


Carl Orff nel 1937 musicò alcuni brani dei Carmina Burana, con due versioni differenti una orchestrale e l'altra più intima, dove l'orchestra fu sostituita da pianoforti e percussioni, dando vita ad una cantata scenica d'immenso valore evocativo, dove le cantiones profanae venivano intonate da cori. Ma la particolarità di quest'opera è nel suo simbolismo; essa esemplifica la ciclicità attraverso la ripresa della musica del prologo nel finale. Non a caso la struttura dell'opera riprende la ruota della fortuna; allegoria dei cicli della vita. Questa capacità dialogica ha permesso una grande narrazione, priva di ogni sorta di storicismo, perché essa ha la facoltà di rimembrare il carattere aleatorio del fato umano e la precarietà delle gioie e dei dolori, tutti temi estremamente contemporanei.
Mentre ancora rifletto sulla magnificenza e sulla potenza del suono, mi è tornata in mente una citazione famosissima di Orazio «Dum loquimur fugerit invida aetas: carpe diem, quam minimum credula postero.» «Mentre parliamo il tempo, invidioso, sarà già fuggito. Cogli l'attimo, fiduciosa il meno possibile nel domani.» ed così mi dico “se ciò che ascolto fa riflettere, allora significa che è cibo per la mente.”.


Elisa
Foto di Ivan

mercoledì 14 luglio 2010

RETTIFICA ALL'ARTICOLO SUI CARMINA BURANA

Due giorni fa Redazione all'Opera ha pubblicato un articolo inerente allo spettacolo di ieri sera sui Carmina Burana. E' doverosa una correzione in quanto il baritono dei carmina non sarà più Alvaro Lozano ma Nicolò Ayroldi. Ci scusiamo per l'errore e vi ricordiamo che le repliche dei Carmina ci saranno nei giorni 23 luglio e 6 agosto a San Galgano.

martedì 13 luglio 2010

PATTY SENZA VERGOGNA

La “ragazza del Piper” arriva mercoledì 14 luglio al giardino di Boboli per il suo tour SENZA VERGOGNA.

La vergogna la Patty non sa proprio cosa sia e, nonostante certa stampa l'abbia sempre dipinta come un'icona della trasgressione, lei non crede di aver vissuto una vita scandalosa: “Non mi sono fatta mancare nulla. Negli anni '70 e '80 si viveva, oggigiorno invece la trasgressione va di moda”.

Un'artista algida, malinconica, con uno sguardo fiero e magnetico come pochi cantanti potrebbero avere oggi sul palcoscenico.

Composta ed elegante riesce a carpire l'attenzione di chiunque senza cadere nella volgarità.

Interprete di canzoni scritte dai più grandi cantautori della musica italiana, Ivano Fossati, Mango, De Gregori, Antonello Venditti, Bruno Lauzi, Vasco Rossi, che l'ha definita la sua parte femminile, si esibirà al Prato delle Colonne con il suo repertorio.

Canzoni che emanano una tristezza romantica e sensibile, in controtendenza in un mondo in cui bisogna essere sempre contenti e vincenti.
 
Maddalena
Foto di Ivan

lunedì 12 luglio 2010

LA POTENZA EVOCATIVA DEL SUONO


Dopo il grande successo dello scorso anno tornano ad allietare le notti fiorentine i CARMINA BURANA di Carl Orff. Si tratta di canti popolari che traggono spunto dai testi medievali e che toccano i più svariati argomenti che riguardano il vivere quotidiano. Sono un inno alla gioia di vivere, alla natura, ai piaceri della gola e della carne fino a toccare argomenti come il dolore e la morte. La particolarità di questi canti sta anche nel fatto di essere caratterizzati da una mescolanza di linguaggi, dal latino al tedesco medievale, che si avvicinano alla parlata del volgo, semplice e colorita. Protagonisti dell’evento saranno alcuni dei volti già noti al pubblico di OperaFestival come il soprano Scilla Cristiano la quale ci ha incantato e affascinato nei panni di Pamina nel Flauto Magico e il baritono Alvaro Lozano che ha già conquistato tutto il pubblico femminile non solo per aver dato voce al Don Giovanni di Mozart ma soprattutto per il suo savoir faire sia sopra che giù dal palcoscenico. Non dimentichiamoci il controtenore Nicola Marchesini, il coro, composto da oltre cento elementi, diretto dal maestro Maurizio Preziosi ed il coro di voci bianche diretto dal maestro Viviana Apicella entrambi di OperaFestival. Lo spettacolo debutta domani 13 Luglio al Giardino di Boboli, seguiranno le repliche nei giorni 23 Luglio e 6 Agosto all’Abbazia di San Galgano. Quello dei Carmina Burana sarà un evento imperdibile, adatto a qualsiasi genere di pubblico dove farà da regina la potenza evocativa del suono.

Silvia

mercoledì 7 luglio 2010

LE DUE FACCE DI LUCA CANONICI: DIRETTORE ARTISTICO E TENORE

Secondo incontro per la Redazione all’Opera all’auditorium Attilio Monti della Nazione. Ospite d’onore Luca Canonici, direttore artistico di Opera Festival e protagonista (nel ruolo di Tamino) del Flauto Magico di Mozart che debutterà giovedì 8 Luglio al Giardino di Boboli.
Chi se lo sarebbe mai aspettato che “Il Tenore” di Pupo ed Emanuele Filiberto fosse una persona così gentile, disponibile e con un gran senso dell’umorismo. Ieri pomeriggio ci ha allietato raccontandoci ribalta e retroscena del Festival di Sanremo, descrivendoci un mondo surreale dove l’arte e la bravura cadono in secondo piano rispetto al business e all’apparire.
Fa il modesto e racconta di esserci capitato “per caso” e a sua insaputa al Festival, e di esser rimasto stupito alla vista dei compagni di “Italia amore mio”. Essendo un tenore dal rispettoso curriculum che ha cantato nei teatri di alto livello di tutto il mondo, ma non abituato alla fama televisiva, è rimasto come stordito dall’ambiente di Sanremo, dove tutti vogliono toccarti, parlarti, farsi una foto con te… come per colmare quell’abisso che viene inevitabilmente a inserirsi fra pubblico e personaggio dello spettacolo, a causa dell’etimologia stessa del termine tele-visione: visione a distanza.
Grazie al Festival ha acquisito maggiore visibilità e notorietà, ci ha infatti raccontato numerosi e divertenti episodi legati al suo essere riconosciuto e al cambiamento di immagine che avviene dopo il passaggio televisivo. Ci ha spiegato inoltre che grazie al Festival ha adesso un folto pubblico di bambini che si mettono in contatto con lui tramite facebook, e questo è molto positivo perché coltiveranno fin da piccoli la passione per l’Opera dato che sono rimasti estasiati e innamorati della voce del tenore. E non scordiamoci che i bambini sono gli unici spettatori mentalmente vergini: non sono pregiudiziosi nei confronti di un artista, di uno scenografo, di un regista, si lasciano semplicemente trascinare con naturalezza dalla musica creata dall’orchestra e da ciò che viene esteticamente allestito sul palcoscenico. Sono i critici più sinceri e meno condizionabili.
Luca ci ha parlato della sua formazione, della sua carriera, del suo debutto che inizialmente lo ha portato a volare troppo in alto, dimenticandosi di ciò che lo legava alla vita “terrena”. Anche per rimettere e tenere ben saldi i piedi in terra, tre anni fa ha accettato l’invito di Massimiliano Vivoli a diventare il direttore artistico di OperaFestival. Quello che più ha attratto Canonici in Opera Festival è l’idea di laboratorio che la contraddistingue: tutti si aiutano l’un con l’altro e collaborano in tutto e per tutto nonostante ci siano, come in una fabbrica, dei ruoli distinti. Inoltre alla base di tutto vi è l’idea di raccogliere sempre un punto di vista diverso, uno sguardo nuovo, che possa contribuire alla riuscita di una produzione e che riesca ad arricchire un terreno già così fertile di idee e creatività. E in questo senso ci sentiamo tirati in ballo anche noi Redazione all’Opera, che siamo qui per questo, come ci hanno spiegato fin dal primo giorno di stage: noi siamo i loro nuovi e fecondi occhi, mani, braccia e menti.
Infine Canonici ha invitato tutti ad assistere alla messa in scena de Il Flauto magico, giovedì 8 luglio, spiegando che una delle caratteristiche di questa produzione è l’allestimento barocco seicentesco, costruito proprio come si faceva una volta, ovviamente con gli accorgimenti di oggi.
Dato che era entrato nell’argomento, la nostra curiosità si è fatta sentire quando Elisa gli ha domandato in che chiave di lettura avesse preparato il ruolo di Tamino. Sorprendentemente ci ha risposto che l’unica preparazione è stata una rielaborazione personale del personaggio e dell’opera, attraverso la sola lettura della musica e del libretto. Bisogna capire cosa dire e cantare, ma fossilizzarsi sull’approfondimento dell’opera o del personaggio è un surplus per interpretare un ruolo, è utile per uno studio critico ma non per preparare la parte o esercitarsi nel canto.
Così aspettiamo domani, per l’apertura della stagione lirica al Giardino di Boboli.

Silvia, Giulia
Foto di Ivan

lunedì 14 giugno 2010

FROM LONDON TO FLORENCE: EVITA A BOBOLI

La critica voce narrante del Che accompagna il musical capolavoro di Rice e Webber, Evita, finalmente giunto a Firenze nella splendida cornice del Giardino di Boboli, dal 16 al 20 giugno.

Lo spettacolo racconta la storia della carismatica Maria Eva Duarte de Perón, tragica eroina del pueblo argentino, interpretata da Abigail Jaye.

La sua figura viene contrapposta a quella di Ernesto Che Guevara de la Serna; sarà tale personaggio a narrare le ambigue passioni e le lotte che ella tenne in vita fino al momento della morte. Queste due figure eccezionali convivono in maniera dialettica e diacronica nella narrazione teatrale, dando luogo ad uno spettacolo straordinario apprezzato dalla critica e dal pubblico. Gli autori hanno voluto creare questa contraddizione, giocando con le probabilità del destino, forzando l’autenticità degli eventi, creando un corpo a corpo straordinario. Parole di Rice.

Lo spettacolo fu molto amato a Londra dove rimase e tutt’ora rimane in scena. Tim Rice fa ricadere la longevità di tale spettacolo “alla commistione tra splendide musiche ed una bella storia, percepita dai più come una fiaba moderna”.

Nel 1996 Alan Parker ne fece un film, con Madonna e Antonio Banderas nella parte delle due icone populiste e alla versione cinematografica fu aggiunta una canzone “You must love me”, che resta per questa edizione del musical.

Evita è diretta da Bill Kenwright e Bob Tomson e coinvolge un cast di 50 artisti, tra solisti, ballerini e figuranti, accompagnati dall’orchestra di dieci elementi. Per Boboli è stata creata una scenografia speciale, una sorta di teatro mobile all’interno del giardino.

In attesa della prima a Boboli il 16 giugno alle 21:15, domani ci sarà un intervista al cast di Evita all’auditorium della Nazione.



Elisa

L'ingannato è più saggio

Le Cirque Invisible è più bello di una fiaba, di un sogno, di una visione.

Victoria Chaplin scompare in una veste a forma di campanula, dai colori cangianti sotto i riflettori, e inizia a piroettare, a contorcersi, a stirarsi e, guardando rapiti la scena, perdiamo di vista la realtà. Victoria non c’è più! Una strana pianta carnivora, una campanula, un fungo dai mille colori si muove sul palcoscenico, una strana danza ci incanta, mentre il nostro cuore batte all’unisono col ritmo della musica, prima incalzante e poi lenta.

Assistiamo a un duello fra un paravento e una sedia, uno zaino diventa la testa di un drago, nuvole bianche e leggere volteggiano, un vestito da dama di corte dà vita ad un elegante cavallo. Victoria scompare di nuovo dentro ad un vaso, sotto a una coltre di ombrellini cinesi, poi inghiottita da un serpente. Si trasforma in creature inumane, impossibili da collocare nei mondi da noi conosciuti: incontri fra creature estinte e creature mitologiche, draghi. Ancora in divenire…ricoperta da pentole e bicchieri, lei sola è un’intera orchestra che suona un tintinnante concerto. Infine sembra prendere il volo grazie ad ali fatte di raggi di biciclette.

Ci incanta grazie alla maestria con cui padroneggia i movimenti di ogni singolo muscolo, di ogni arto e quando cammina e si contorce sopra la corda ci tiene col fiato sospeso, coi muscoli tesi e col cuore in gola.

Jean Baptiste Thierrèe ci stupisce ad ogni entrata con eccentriche giacche e coloratissime valigie, da cui estrae storie di pesci di carta, bolle di sapone che quando scoppiano suonano come campanelli, magie di fazzoletti colorati che cangiano, di candele che scompaiono, palline che volteggiano a mezz’aria. Poi il suo piccolo aiutante Jean Louis (un morbido coniglietto), su ordine del mago, si mette la giacchetta nera, si trasforma in un piccolo cavallo, diventa un gustoso gelato al limone.

E ancora Jean Baptiste con un variopinto costume che canta in coro con i visi sulle sue ginocchia, che “fa a pezzi” la moglie nella scatola magica e non si ricorda in che verso rimettere la parte tagliata. Ed entra portando a spasso una marionetta che all’ingresso successivo porta a spasso lui, infine pedalando un tandem in compagnia di uno scheletro.

Con lui riscopriamo una comicità esilarante fatta di semplicità e piccoli oggetti, nell’era dell’incontentabilità e della ricerca dell’effetto speciale più strabiliante.

Ma non basta guardare lo spettacolo, allo spettatore è richiesto un impegno di gran lunga maggiore: deve collaborare alla finzione e all’illusione, connettere la propria mente e la propria fantasia con la coerenza dei movimenti, degli oggetti e delle musiche sul palco. Proprio come in una narrazione, i due artisti creano un loro proprio mondo, che può essere fruito, goduto e compreso solo se ci abbandoniamo allo spettacolo e ci permettiamo di lasciarci alle spalle il senso della realtà. A tal proposito Gorgia disse “L’ingannato, ossia colui che si abbandona tutto all’illusione è più saggio di chi non si lascia ingannare, che rimane freddo e mantiene le distanze.”

Gli autori di una rappresentazione teatrale chiedono al proprio pubblico un patto finzionale; una volontaria sospensione dell’incredulità in cambio di una coerenza e di una completezza narrativa, ecco perché il mondo di Le Cirque Invisible è incommensurabile, perché manca di completezza e coerenza giocando con la dimensione onirica. Ma alcuni spettatori adulti non hanno saputo capire e collaborare con la propria immaginazione, così lo hanno biasimato la sera della prima.

Infatti seduto dietro noi si trovava un vecchio signore che commentava pedante la banalità dei trucchi dei due artisti sul palco, immaginate quale piacere udire le sue parole mentre si assiste ad uno spettacolo d’illusione e si cerca di abbandonarsi alla finzione.

Mentre i bambini, stupiti con il volto rapito dall’incanto delle trame dei linguaggi estetici, lo hanno ammirato con semplicità.

Inoltre, prima del termine dello spettacolo, la maleducazione ha preso posto, tutti in piedi, non per una standing ovation, ma per uscire senza trovare fila.

Fortunatamente le sere successive scene del genere non si sono ripetute.

Il pubblico si è dimostrato intelligentemente più attivo e più partecipe, realmente divertito e incantato. File di spettatori a bocca aperta o con le lacrime agli occhi per le risa. Per finire in fragorosi applausi e tamburellanti battiti di piedi sugli spalti.

Giulia e Elisa

martedì 8 giugno 2010

Tra spettacolo e natura

Appena arrivata al Giardino di Boboli posso subito vedere con i miei occhi ciò di cui avevo sentito parlare poche ore prima in redazione: il parco è un vero museo all'aria aperta.


Il sole sta per calare e l'atmosfera suggestiva avvolge le persone che si occupano dei preparativi per assicurarsi che tutto vada come previsto: l'ufficio stampa controlla i vaucher mentre gli scenografi mettono a punto gli ultimi particolari.

Quando vediamo un prodotto finito possiamo solo apprezzarne la bellezza, ma avere la possibilità di vedere chi sono gli attori e quali sono i gesti che si celano dietro la realizzazione di tutto ciò, permette di avere una visione più completa e la consapevolezza di quanto sforzo creativo sia necessario per creare un'opera culturale.

Piano piano iniziano ad arrivare gli spettatori: turisti, coppie di giovani fidanzati e di vecchi amanti, e molte famiglie con bambini.

Va infatti in scena le Cirque Invisible, lo spettacolo di Jean Baptiste Thierrèe e Victoria Chaplin.

Le luci si spengono, cala il sipario e cessano i brusii dalla platea.

Gli sketch comici e i giochi di magia di Thierrèe si alternano alle evoluzioni circensi di Victoria, così come i momenti di ilarità a quelli di sorpresa e incredulità.

Lo spettacolo mette in scena un modo semplice di fare comicità, al quale forse non siamo più abituati, ma sempre capace di emozionare e di suscitare la risata.

Finita la performance sento i commenti: sono tutti meravigliati, i bambini hanno preferito Jean Baptiste, le bambine la Chaplin, alcuni sono riusciti ad immergersi nell'illusione della magia mentre altri hanno fatto prevalere il loro carattere razionale cercando di svelare l'incanto, ma sicuramente per una sera l'arte si è fusa in modo armonioso con la natura.



Maddalena

lunedì 7 giugno 2010

Si apre il sipario: le Cirque Invisible

Siamo a poche ore dall'inizio di OperaFestival che debutterà stasera alle 21,15 con lo spettacolo “Le Cirque Invisible” di Jean-Baptiste Thierree e Victoria Chaplin.

I due artisti tornano dopo 20 anni a Firenze, dove si erano esibiti per la prima volta al Teatro Niccolini. Dal 7 al 10 giugno al Giardino di Boboli assisteremo all'unica tappa italiana.
Jean Baptiste Thierrèe, celebre attore e protagonista della vita culturale francese del '900, è stato attratto dal circo fin da quando era bambino. Il suo personale e rivoluzionario genere di circo ebbe origine dalla sua intuizione e dal confronto con Alexis Gruss, al tempo direttore de Le Grand Cirque de France, nel luglio 1969.
Dalla loro collaborazione nacque un inedito spettacolo circense che venne anche utilizzato come strumento per la cura del disagio mentale nell'ospedale psichiatrico di La Borde.
Jean Baptiste coinvolse nei suoi spettacoli Victoria Chaplin, esperta di arte circense e sua futura moglie.
I due fantasiosi artisti sono i precursori de Le Nouveau Cirque, una forma di spettacolo che mescola l'arte circense, la drammaturgia teatrale e la danza.
Victoria e Jean Baptiste sono allo stesso tempo trasformisti, illusionisti, funanboli e musicisti: fanno del palcoscenico il luogo del possibile, dell'immaginario e dell'immaginato.
La dialettica fra luci, ombre e colori, suoni e silenzi, vesti che si trasmutano in animali fiabeschi, decostruiscono una realtà razionale trascinando lo spettatore in uno stato d'ipnosi e magia.
Chi ha avuto la possibilità di vedere lo spettacolo sa già cosa aspettarsi: le Cirque Invisible è “un improvviso lampo d'ispirazione”, una dimensione onirica, un circo incorporeo.
Una rappresentazione che siamo certi appassionerà sia adulti che bambini, i quali potranno gioire di una fuga magica dalla realtà.

Domani vi racconteremo le nostre impressioni.

Redazione all'Opera